L’ultimo saluto a Papa Francesco

Le sensazioni vissute per le strade di Roma e in San Pietro nelle parole della nostra inviata Roberta Carlucci

Ci sono passaggi di tempo che impongono un “Eccomi”. Quadrivi della vita in cui le storie si incrociano con la Storia, in cui non sai quale direzione si apre davanti, quale cielo potrà disegnarsi sulla linea dell’orizzonte. Ma sai che devi andare, attraversare quel momento, consumando la suola delle scarpe (come affermò Papa Francesco nel Messaggio per la LX Giornata delle Comunicazioni sociali del 2021), a costo di qualunque fatica o lacrima.

La notizia disarmante
«È morto Papa Francesco». La scritta in sovrimpressione su tutti i canali tv la mattina del 21 aprile 2025 è apparsa come uno squarcio nel velo del tempio. La Chiesa universale è entrata nella fase di vacanza, ma – ancor più doloroso – ogni persona che ha voluto bene a quell’uomo venuto “dalla fine del mondo”  ha provato un’ineludibile sensazione di “orfanezza” (cfr. Omelia dalla cappella di Casa Santa Marta durante la celebrazione del17 maggio 2020, giorno prima della riapertura dell’Italia post lockdown per la pandemia da coronavirus).

I giorni prima del funerale
In poche ore, la redazione si è attivata per pensare ai contributi utili per il successivo numero, per restituire un ricordo fedele e legato anche al territorio del pontefice appena scomparso.
Nel frattempo, avviata la procedura di accreditamente presso la Sala Stampa della Santa Sede, nel giro di pochi giorni era tutto pronto per portare lo sguardo della Diocesi a Roma attraverso il racconto del settimanale.
Non sarebbe stato facile affrontare quelle giornate romane, ma non era impossibile.

Foto: Roberta Carlucci

Certamente la gestione dell’evento straordinario messa in atto da Forze dell’Ordine e Protezione Civile ha aiutato a fronteggiare i disagi, ma il tutto è stato anche agevolato dal clima di preghiera e fratellanza che accomunava le migliaia di persone accorse in Vaticano da ogni angolo del pianeta. E così, un fiume di volti e di mani giunte, passato attraverso la Porta Santa, si è riversato ai piedi della salma di papa Francesco dalla mattina del 23 aprile fino al pomeriggio del 25. Uno scorrere incessante, una prova di resistenza, ma un atto che a molti appariva irrinunciabile. Code più brevi di una o due ore all’inizio della mattinata, di tre o quattro ore negli orari di punta: ciascuno ha atteso il proprio attimo fugace davanti al volto cereo e nella pace di Francesco, per non dimenticarne più i tratti, la tenerezza e la testimonianza. Al netto dei tentativi inopportuni di selfie, era comune la sensazione di tristezza per quel momento di presa di coscienza collettiva di un lutto difficile da elaborare. Spesso accadeva che, una volta passate davanti al feretro, le persone restassero in San Pietro per una preghiera o per una messa in suffragio (ce n’era una ogni ora presso l’Altare della Cattedra, ndr). Era un modo per restare ancora un po’ con Papa Francesco, per non lasciarlo solo fino alla chiusura della bara, avvenuta il 25 sera. Anche la notte era vegliato da Guardie Svizzere e Gendarmeria e, per le poche ore in cui la Basilica chiudeva, si poteva comunque seguire la diretta dalle live cam di Vatican media.

La celebrazione delle esequie
La mattina del 26 aprile, alle ore 10, piazza San Pietro ha ospitato le esequie di Papa Francesco. Dalle primissime luci dell’alba ai varchi per l’accesso alla piazza e a via della Conciliazione vi era una moltitudine di gente tanto ammassata che si faticava a muoversi, ma una volta incanalati tutti per gli accessi, ciascuno è riuscito a raggiungere un posto in cui collocarsi senza che vi fosse troppa calca. Sono state stimate 400.000 persone presenti. Una piccola meraviglia è stata la coincidenza di quel week end con il Giubileo degli Adolescenti, per cui, tra i tanti partecipanti, si potevano distinguere i colori accesi delle maglie e delle bandane di questi ragazzi che hanno portato con sé proprio quell’Evangelii Gaudium con cui si era aperto il pontificato di Francesco e che hanno stemperato il dolore della piazza con i loro sguardi di speranza. Non erano però meno scossi degli adulti, tanto che molti di loro hanno affermato di avere la sensazione di aver perso un nonno o addirittura un papà, quasi a testimoniare che, in un’epoca spesso senza padri, loro avevano trovato in Francesco un riferimento autentico.

Foto Vatican Media/SIR

La stampa ha potuto seguire i funerali dalle postazioni allestite per le televisioni vicino alla Sala Stampa e in fondo a Via della Conciliazione e per le altre testate sul Braccio di Carlo Magno. La giornata, iniziata con un’umidità pungente, è stata poi benedetta da un piacevole sole primaverile, che si è oscurato solo nel momento in cui è terminata la celebrazione e ci si apprestava a portare via il feretro del Santo Padre. L’attesa sul Braccio di Carlo Magno dalle 6.30 del mattino è stata lunga ma è trascorsa veloce. Tra la stampa laica si percepiva forte l’attesa (e, probabilmente, anche la pressione da parte di direttori ed editori, ndr) di intercettare i potenti della Terra che sarebbero accorsi a quel funerale in un momento storico e geopolitico così delicato. Ai piedi delle scarpe consumate di Francesco sarebbero arrivati tutti coloro che in questi anni il pontefice aveva incontrato e soprattutto sferzato con le sue parole contro la guerra, per il disarmo e la fratellanza tra i popoli. Nello Stato più piccolo del mondo stava per verificarsi un’altissima concentrazione di uomini e donne di governo, tra i quali, soprattutto, c’era molto da chiarire. Il resto poi è Storia. Dall’arroganza di Trump che utilizza San Pietro come proprio ufficio (e nei giorni seguenti afferma anche che gli piacerebbe diventare Papa), alla possibilità comunque fino ad allora insperata (e non casualmente concessa in quei luoghi) di un dialogo tra le parti in causa di uno dei conflitti mondiali più attenzionati del momento, quale quello russo-ucraino.

Foto di Roberta Carlucci

Iniziata la celebrazione, tutto questo è passato in second’ordine, al netto del momento dello scambio della pace. La partecipazione alla celebrazione è stata rispettosa e sentita da parte di tutti i presenti (sfoglia il libretto qui).  Anche tra giornalisti e fotografi da tutto il mondo, non sono mancati momenti di silenziosa commozione per quanto stava avvenendo davanti ai loro occhi. Al termine della celebrazione, da un altro punto del Braccio di Carlo Magno, si è potuto intravedere il passaggio del feretro di Francesco sulla Papamobile in Via dei Cavalleggeri. In piazza, dai maxischermi, grazie a Vatican Media, si è potuta seguire la traslazione del feretro fino a Santa Maria Maggiore (sfoglia il libretto qui) e l’ingresso nella Basilica Papale fino a poco prima della tumulazione. Il deflusso dalla piazza è stato ordinato e senza particolari intoppi. Alla sera, poi, è stato recitato l’ennesimo rosario – come avveniva dalla sera del 21 aprile – davanti alla Basilica, per la prima volta proprio dal luogo in cui riposano le spoglie mortali di Francesco. Di fronte al campanile, dalle finestre del Pontificio Seminario Lombardo dei santi Ambrogio e Carlo in Urbe, un grande striscione dava voce alle parole che risuonavano nel cuore di tutti i partecipanti a quella preghiera: “Grazie, Francesco”.

La Domenica della Divina Misericordia
Singolare la coincidenza del giorno successivo alle esequie con la Domenica della Divina Misericordia. È noto quanto Papa Francesco fosse legato al tema della misericordia di Dio, tanto da avervi dedicato un Giubileo straordinario nel 2016.

Domenica 27 aprile è stato, dunque, il primo giorno in cui era possibile visitare la tomba di Papa Francesco in Santa Maria Maggiore. Dalle 6.55 del mattino le persone, in attesa davanti alla Basilica per i controlli con i metal detector appositamente montati durante la notte, hanno attraversato la Porta Santa per poi recarsi per una preghiera sulla tomba di Francesco e, per chi voleva, nella cappella di Maria Salus Populi Romani, che custodisce l’icona della Vergine tanto amata da Francesco che ora veglia sul suo sepolcro. Nella stessa Basilica, era possibile notare il contrasto con il fasto di altre tombe papali rispetto all’austerità di quella di Francesco.

Foto di Roberta Carlucci

Alle 10.30 in piazza San Pietro si è comunque tenuta la celebrazione per il Giubileo degli Adolescenti presieduta dal Segretario di Stato, Card. Pietro Parolin. Ritenuto tra i papabili, ha suscitato in più momenti della sua omelia gli applausi dei presenti citando il nome di Papa Francesco o parole legate al suo pontificato. In piazza maglie colorate e bandiere da tante nazioni e continenti portate dai circa 250.000 ragazzi accorsi da tanti Paesi. Anche dalla Diocesi di Molfetta sono arrivati dei fedeli e tre pullman di ragazzi organizzati dalle parrocchie San Pio X e Madonna della Rosa di Molfetta e da San Michele Arcangelo di Ruvo di Puglia. Il Papa della speranza, come molti lo hanno definito, era ancora nelle loro lacrime e nostalgie ma era soprattutto nella speranza dei loro sguardi. La vita quella mattina è risorta ancora nei loro occhi.  

Verso il conclave
In attesa di seguire l’avvio dei lavori del conclave e l’elezione del nuovo pontefice, al di là del “totonomi”, resta a ciascuno il compito di pregare e, per chi non sa o non vuole pregare, di sperare che entro la prima decade di maggio lo Spirito agisca attraverso le scelte dei cardinali elettori e doni al mondo un pontefice che raccolga, seppur con la propria unicità, l’eredità di Francesco e lenisca la sensazione di vuoto improvviso che in tanti hanno avvertito. C’è bisogno di voci che si levino con fermezza per la pace, per il disarmo, per un mondo in cui ci sia più fraternità e giustizia sociale e che sia in grado di curare e accogliere ogni fragilità e povertà. Come il Papa affermò a Molfetta, in occasione della sua visita per il 25° anniversario del dies natalis di don Tonino Bello, bisogna “vivere per” (come il titolo del volume che raccoglie i momenti di quella giornata), donare la propria vita per qualcosa di grande, questo “è il marchio di fabbrica di ogni cristiano”.
Francesco ce lo ha insegnato e non possiamo disimparare.

Foto di Roberta Carlucci