Oltre 500 le persone stimate che hanno partecipato al corteo per la liberazione del popolo palestinese e la pace in Medio Oriente a Molfetta giovedì 24 luglio, a cui è intervenuto anche Mons. Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi.
L’iniziativa è partita dal Coordinamento Molfetta per la Palestina e si è estesa, in fase organizzativa, ad associazioni e movimenti della città molfettese che hanno costituito il Comitato promotore. Al corteo hanno poi aderito realtà associative (anche delle città limitrofe) sociali, culturali, ecclesiali e, ancora, sindacati, partiti e singoli cittadini. Una delle poche occasioni in cui rappresentanze del mondo civile, ecclesiale e politico si sono ritrovate per esprimere collettivamente il proprio Sì alla pace. No al riarmo. Stop al genocidio.
La situazione a Gaza è sempre più critica, a subire le conseguenze peggiori è la popolazione, in particolare le donne e i bambini – si muore per denutrizione e per infezioni a causa delle scarsissime condizioni igieniche. A inizio corteo sono stati ripetuti i numeri che stanno segnando la “questione palestinese” e che impongono anche un’azione civile di sensibilizzazione e coscienza. Come già riportato nella convocazione divulgata dal Comitato promotore, sono oltre 62mila i palestinesi uccisi dagli eserciti israeliani nella Striscia di Gaza; 28mila le donne e le ragazze uccise; 229 i giornalisti palestinesi uccisi e oltre 400 quelli rimasti feriti».


Giovedì 24 luglio centinaia di persone hanno attraversato Corso Umberto – ai cui alberi sono state appese storie reali di persone che raccontano questa guerra. In tanti hanno aderito all’invito di scrivere sulle braccia i nomi delle vittime o delle persone che stanno vivendo questa atroce guerra. A scandire la tappa presso il Calvario e quella al monumento dedicato a don Tonino bello, le parole di don Luigi Ciotti sulla connessione tra pace e giustizia sociale e quelle del Venerabile, con quel discorso divenuto un manifesto del popolo della pace, pronunciato a Verona nell’89.


Prima che il corteo si dirigesse a destinazione in Piazza Municipio, è intervenuto Mons. Cornacchia, che ha ringraziato anzitutto per l’iniziativa promossa, «per riflettere sul dovere di mobilitarci, al fine di creare sempre più un clima di serenità e di pace universale». E ha aggiunto: «siamo a Molfetta, nella città amata e servita dal Venerabile don Tonino Bello, il quale, anche stasera, si rivolge a noi, affinché siamo, ciascuno per quello che può, costruttori di pace». Fondamentale il passaggio in cui ha evidenziato che «non dobbiamo essere semplicemente consumatori, ma costruttori di un clima di pace: sociale, politica e religiosa». Con l’impegno a unire voci e sforzi, il Vescovo ha concluso auspicando «che le coscienze di tanti, governanti e non, siano davvero capaci di trasformare in realtà i sogni di pace e di fraterna convivenza».


Prima dell’intervento degli ospiti convocati, c’è stato un breve flashmob in piazza, con i rumori delle sirene e dei bombardamenti per vivere tutti per pochi istanti quelle sensazioni di allerta, paura, angoscia che si ripetono molte volte al giorno a Gaza ormai da troppo tempo. A seguire, la lettura di alcune storie e testimonianze significative, per comprendere come la guerra trasforma la quotidianità.

La prima a intervenire è stata Michela Arricale, co-presidente CRED (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia). Con veemenza e passione per l’umanità, ha anzitutto premesso che la situazione in Palestina è cominciata oltre settanta anni fa. Prima del 7 ottobre, si occupava di advocacy istituzionale, in quanto avvocata e attivista per i diritti umani: «andavo dai potenti a dire che la questione palestinese doveva essere risolta politicamente», specificando che «la Palestina è sempre stata il “vulcano della storia”.» E poi, un excursus storico: «mentre l’Onu nasceva, la nakba (esodo forzato del popolo arabo palestinese, ndr) cominciava. Questo è l’ultimo momento che abbiamo per risolvere la questione palestinese all’interno delle istituzioni internazionali oppure queste non esisteranno più per come le conosciamo oggi». Ha infatti specificato che «viviamo un rischio serio per cui quei principi che hanno garantito la convivenza tra diversi non varranno più», fa riferimento ai principi di autodeterminazione dei popoli, al divieto di appropriazione dei territori con la forza e al divieto della guerra. «Questi stiamo perdendo giorno dopo giorno» ha ribadito con forza, perciò «dobbiamo dire mai più il genocidio, mai più la guerra. Vogliamo la pace ora!». Importante la specifica che «la pace come tutti i diritti non sono regali che i potenti ci fanno ma sono cose che ci appartengono, che noi dobbiamo rivendicare perché i diritti o esistono istantaneamente per tutti o si chiamano privilegi ed è questo che sta accadendo».

Mons. Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, ha esordito riportando i due modi di dire ‘pace’ in arabo ed ebraico. «Sotto il cielo di Gaza c’è solo genocidio. Questa parola non dobbiamo avere paura di dirla» ha dichiarato con fermezza. Facendo riferimento a un articolo del giornale di opposizione in Israele, ha parlato di quella che è stata presentata come la “soluzione finale” ovvero «la deportazione, lo sfollare, liberare la Striscia di Gaza dai palestinesi».
Ha sottolineato che con la manifestazione in corso «stiamo facendo contro-informazione e dobbiamo continuare a farla». Con un po’ di ironia, ha commentato l’indagine del Censis per cui «noi pacifisti stiamo indebolendo il nerbo italiano, stiamo scoraggiando i nostri giovani ad andare al militare, ad arruolarsi» e questo «perché stiamo parlando di pace». «Io sono – lo dico indegnamente – successore di don Tonino Bello per Pax Christi. Io ho un sogno» e, ricollegandosi alla marcia dei 500 pacifisti a Sarajevo a cui prese parte il Venerabile, ha così sollecitato: «facciamo un popolo non violento di pace lungo le strade di Gaza» guidato da Papa Leone, quale pastore della Chiesa universale. «Andiamo a Gaza… basta a parlare di Gaza, andiamo a Gaza» ha ripetuto, con l’augurio che questo sogno possa avverarsi, come l’antica profezia per cui «Se spira il vento della pace, del rinnovamento di questa terra, i vecchi torneranno a sognare e i giovani avranno visioni».

Vibrante l’intervento di Yousef Salman, medico palestinese, delegato per la Mezza Luna Rossa palestinese in Italia. «La Palestina è la terra della pace, nonostante non ha mai visto e vissuto un giorno di pace, però è la cosa più preziosa. Viviamo un mondo così complicato e assurdo, io fino a qualche tempo fa lo chiamavo una “giungla” ma ultimamente un “manicomio”». Ha voluto precisare che «la lotta dei palestinesi non è mai stata religiosa, come ci hanno raccontato e come qualcuno vuole convincerci». Ha definito gli Ebrei come fratelli, avendo vissuto insieme per secoli. «Noi lottiamo contro questa bestia, che si chiama sionista, contro la convinzione che la Palestina è la terra promessa da Dio solo al suo popolo eletto, quello ebraico, e noi palestinesi – la maggioranza siamo musulmani e cristiani – cosa dobbiamo fare?» e le prospettive finora sono due: o morire o andarsene. Ma, ha dichiarato con convinzione, «non avremo mai il destino degli Indiani d’America». Nonostante l’impossibilità di trovare una soluzione diplomatica, per via di interessi superiori, è ciò che si vuole perseguire e ha ribadito la necessità di due Stati per due popoli. «Non mi sono mai sentito superiore a nessuno, però allo stesso tempo non sono inferiore a nessuno, siamo tutti uguali, siamo tutti nati liberi» e di qui l’auspicio finale di poter presto celebrare la liberazione del popolo palestinese.
Dopo questa manifestazione non si può restare indifferenti, è possibile mettersi insieme e costruire una coscienza civile, che ci permetta di riconoscerci davvero “fratelli tutti”.
Susanna M. de Candia
