Ciò che “accende” e “lascia” un camposcuola…

Riportiamo la lettera scritta da un giovane responsabile della parrocchia S. Maria della Stella, in Terlizzi, a circa un mese di distanza dal camposcuola unitario a Castellafiume (18-23 agosto) e la risposta del parroco don Nino Prisciandaro. «Sono tanti i sentimenti e le emozioni che questa esperienza ha lasciato nel cuore dei partecipanti: una piccola “porzione di Chiesa” che ha potuto sperimentare valori fondamentali come la preghiera – relazione viva con Dio –, l’attenzione e l’ascolto dell’altro, la correzione fraterna e il perdono. Come una carezza leggera è giunta poi la lettera di un giovane responsabile, Lorenzo, che con le sue parole ha riempito di senso la fatica e l’impegno degli organizzatori, ridonando speranza e fiducia anche agli adulti» ci ha scritto don Nino.

Appena arrivato alla struttura di Castellafiume sono stato avvolto dalle montagne, infagottato dall’atmosfera sospesa del camposcuola. La catena dei monti Simbruini è stata una gabbia ampia e calda dove posare il mio corpo per qualche giorno. Quando siamo arrivati, tra la foga di una valigia pesantissima di un bambino, che chissà cosa ci mette se lui è così leggero, e una goccia di sudore che si divincolava nelle sopracciglia folte, ho visto questo monte possente, sicuro di sé, spaventoso ma protettivo. Inamovibile. Mi son detto: “sono fregato”.
Voglio “spedire” questa lettera a tutti, con la speranza che una notte di 11 ore di sonno mi abbia fatto metabolizzare almeno un quarto di ciò che abbiamo vissuto.


Vorrei partire parlando del numero. Quest’anno siamo partiti in 95 persone, novantacinque pensieri che si muovono all’impazzata. Ed io proprio per questa grande mole di umanità mi sono sentito poco pesante, nonostante sia un animatore, responsabile del susseguirsi delle attività. Quando riuscivo a fermarmi guardavo Carletto e mi sentivo pesante come lui, che al solo osservarlo giocare, era importante quanto lo scandire del tempo. Ringrazio Carletto, perché mi ha fatto ricordare quanto il campo scuola sia un momento di profonda spensieratezza che possiamo regalarci e che siamo poco pesanti in una comunità così piena.
Non vorrei parlare delle solite cose, come per esempio che al campo ho mangiato come se fossi entrato in un’ottima osteria, o come io non mi senta mai così vicino a Dio come in questo posto. Forse il fatto di camminare verso l’alto mi dà l’impressione di avvicinarsi fisicamente a Lui. E proprio rispetto a questo sfrutto l’occasione per parlare delle escursioni, che per me non sono una semplice scarpinata, ma una forma profonda di spiritualità. Eliminando dal discorso l’inconfutabile romanticismo che si può attribuire alla natura, vorrei concentrarmi sulla stanchezza, la sporcizia e il sudore. Quando si cammina in un sentiero non si è concentrati sui panorami o sulla forma aggraziata di un albero, ma sul prossimo passo, sulla posizione che vuole assumere il piede per non inciampare. E ancora, si è concentrati sulla fatica, e sulla fiducia di arrivare alla destinazione prima di arrendersi. Inoltre si è concentrati sulla posizione delle altre persone del gruppo: in una fila quello dietro deve fermarsi per non finire addosso a quello avanti; quello avanti deve fermarsi per aspettare quello dietro. Si è una sola macchina che si può dire arrivata solo quando è tutta insieme, che mi sembra anche un buon modo di descrivere l’Azione Cattolica.

Io sono un educatore dei Giovanissimi, ma in questo Campo ho sentito venire meno il concetto di ruolo, mentre ha assunto significato quello di “persona utile per qualcun’altro”. Ho sentito il bisogno di capire voi ACRini, le particolarità di ogni vostra forma. Invidio la vostra possibilità di potervi ancora formare, che il vostro banco di lavoro è ancora così pulito e poco logoro. D’altronde vi ringrazio dal profondo del cuore perché mi avete fatto ridere genuinamente per la vostra fortuna di essere naturali. Al campo mi sono sentito invidioso per voi, perché avete ancora così tanto tempo per vivere tutte le sfaccettature dell’Azione Cattolica. Non perdete questa opportunità. Spero di rivedervi presto, alla panzerottata e quando sarà possibile.
Ai Giovanissimi dico, non cambiate, per favore. Il mondo è pieno di brutture e se dico che io riverso su di voi la mia speranza di urlatori di cose belle, non esagero. Io, come ho detto anche a voi in verifica, non mi sento un educatore nel senso che il termine vuole portare, ma più un mezzo, un supporto alla bellezza che perpetua l’Azione Cattolica durante l’anno, e che esplode definitivamente al Campo. E voi siete questa Bellezza. Siete esattamente ciò che mi fa continuare a credere in questa piccola missione. E non pensate che la bellezza sia una performance, ma è la semplice conseguenza dell’amore che provate. Ciò che ho capito io quando ero Giovanissimo è che il Campo scuola è una grande illusione, perché porta all’attenzione una forma di vita irreale, che crediamo possa essere portata nella vita di tutti i giorni. Spoiler: non è possibile, perché non tutti sanno cosa si prova ad un Campo e perché è davvero faticoso portare avanti un ideale così pulito. Quello che vi chiedo è di non dimenticare nei momenti più bui, i momenti più luminosi, e viceversa.
Ai miei compagni di viaggio, che non vorrei neanche chiamare educatori e supporto logistico, ma semplicemente amici, vorrei dire tutto ma poi mi ritrovo con nulla nella testa. Ora alcuni dei miei amici sono gli educatori che mi hanno cresciuto, e altri di loro sono i giovanissimi con cui sono cresciuto, e altri ancora sono i giovanissimi che ho cresciuto per un paio di anni. Insomma un bel casino, ma il punto è che non è importante. Siamo un unico corpo che si muove sotto lo stesso cielo e con lo stesso concetto di viaggio.

A loro devo quello che sono adesso, con la spaventosa consapevolezza che se non li avessi incontrati adesso non starei scrivendo le parole che sgorgano fluide. Voi siete letteralmente la mia ispirazione. Vi amo.
Gli adulti quest’anno invece, non li voglio ringraziare io, ma forse dovrebbero farlo da soli a loro stessi. In alcuni momenti di questo campo ero stremato e viaggiavo nella struttura come uno zombie, e poi vedevo loro ballare in cucina e non fermarsi mai e mi dicevo che forse il vecchio ero io. Quasi come per una sfida allora mi dicevo che non potevo essere più stanco di loro e mi attivavo. Mi hanno dato una grande forza indiretta.


Vorrei ringraziare il Don, perché quest’anno come dicevo prima, ho sentito una connessione spirituale più forte e più complicata con Dio. E complicata per me vuol dire più importante. La tua presenza non mi è sembrata mai scontata e anzi, le Lodi e i Vespri assumevano il valore necessario di riflessione di cui hanno bisogno le parole scritte su carta. E’ sempre stato bello mettersi in cerchio, nonostante la fame e la stanchezza. Ti ringrazio inoltre per la possibilità di Confessione che hai dato ai ragazzi, che in un luogo del genere intensifica di profondità.
Per ultima, non per importanza, ringrazio Castellafiume, che dopo tre anni ci ha accolto per un altro camposcuola, nella stessa identica struttura. I rumori che ho lasciato tre anni fa si sono aggiunti a quelli di quest’anno, e probabilmente se ci ritornerò non ci capirò nulla dalla confusione. Ma a volte non capire è l’unico modo che abbiamo per capire che non capire è bellissimo. Chiedo gentilmente al Monte che guardava alla struttura dall’alto di custodire tutti questi rumori gelosamente, che saranno il mio motivo per tornare.
Che l’Azione Cattolica sia inamovibile come quel Monte che ci ha aspettato pazientemente.
Lorenzo

E di seguito la risposta del parroco don Nino Prisciandaro

Carissimo Lorenzo,
ho letto e riletto la tua lettera, lasciandomi attraversare dalle tue parole come dal vento che scende dai monti e porta con sé i profumi e i rumori del campo. Dentro quelle righe ho sentito battere forte il tuo cuore, il cuore di un giovane che ha saputo guardarsi dentro e attorno con sincerità, gratitudine e anche con un pizzico di nostalgia buona.
Tu hai restituito con la tua lettera l’anima stessa del camposcuola: la fatica e la leggerezza, la bellezza delle relazioni, il senso profondo di comunità, l’esperienza di Dio che si fa vicina non nelle cose straordinarie e direi anche ordinarie, ma nel passo condiviso, nel sudore, nella risata, nella preghiera recitata insieme anche quando la stanchezza pesa.
Hai ragione: il campo non è una “illusione”, ma un frammento di Vangelo vissuto, un lampo che ci ricorda che la fraternità e la gioia sono possibili, anche se non sempre trasferibili pari pari nella vita di ogni giorno. Eppure, ciò che conta è che quei bagliori restano impressi nell’anima, e diventano riserva di luce quando la strada si fa più buia.


Grazie perché ci hai ricordato che l’Azione Cattolica è davvero “una macchina che arriva solo quando arriva tutta insieme”, è famiglia di famiglie mi permetto di dire! E grazie perché hai avuto il coraggio di dire ad alta voce che i nostri ragazzi, i nostri giovani, sono Bellezza. Non una bellezza appariscente, ma quella che nasce dall’amore, dalla spontaneità e dalla fiducia che si respira in comunità.
Ti confesso che anche per me, come assistente, il campo non è mai qualcosa di scontato: ogni anno diventa un dono che ricevo e che mi plasma, proprio attraverso di voi. Tu scrivi che hai sentito una “connessione più complicata con Dio”: sono felice di questo, perché la fede non è mai scontata o banale, ma un dialogo che cresce, si intreccia, a volte si fa lotta – come è stata la mia ogni mattina alzarmi da letto nonostante dolori lancinanti —altre volte carezza come quella che mi avete fatto chiedendomi se avessi bisogno di una mano visto che ero impedito nei movimenti. E ciò da parte di tutti piccoli e grandi! Grazie!
Lorenzo, custodisci questo dono che hai ricevuto: la capacità di guardare, di ascoltare, di dire grazie e di trasformare l’esperienza in parola che costruisce. È un talento che non devi nascondere.
A nome della Comunità e dell’Azione Cattolica della nostra Parrocchia ti dico un grazie grande e sincero. Perché sei stato non solo animatore, ma fratello, compagno di viaggio, “persona utile per qualcun altro”. E questa, permettimi, è la definizione più bella che un cristiano possa dare di sé.

Con affetto sincero,
don Nino