“Essere ebreo: un’identità e un ‘compito’ verso la storia e l’umanità”

“Cosa vuol dire essere ebrei? Vuol dire essere fedeli di una religione? Oppure sentire di far parte di una tradizione o di una storia particolare?”. Questi e altri interrogativi sono alla base di “Ebreo. Una storia personale dentro una storia senza fine”, il nuovo libro che Emanuele Fiano, presidente emerito della Comunità ebraica di Milano, figlio del deportato e sopravvissuto Nedo, ha presentato ieri a Carpi nell’ambito delle iniziative promosse dalla “Fondazione Fossoli” per il Giorno della Memoria.

Come definisce il suo libro?
Non è un saggio sull’ebraismo, ma è una sorta di mappa di formazione personale e culturale sul significato dell’identità ebraica oggi. Non proverò a dimostrare una tesi o a confutarne un’altra; non vi troverete una professione di fede, e neanche di ateismo. Non vi troverete in alcun modo il tentativo di dimostrare la superiorità di un pensiero, di un credo o di una tradizione rispetto a un’altra. Al di là dei riti di passaggio, che cosa vuol dire essere ebreo oggi? E c’è un’unica risposta? Tra esperienze personali, momenti formativi e difficoltà incontrate, cerco di rispondere a questi interrogativi accompagnando il lettore dalle radici profonde dell’ebraismo fino ai confini più personali.

“Ebreo” recita il titolo. Cosa significa per lei essere ebreo oggi?
Essere ebreo, per me, significa sentire sulla mia pelle un’identità che è anche un “compito” verso la storia e l’umanità. Un’identità che insegna la responsabilità verso se stessi e verso gli altri che abitano il nostro mondo.

Lei è un italiano di origine ebraica: come coesistono le due realtà?
L’identità di una persona è multiforme, presenta varie sfaccettature. La mia famiglia si trova in Italia da un paio di millenni, siamo italiani nelle nostre radici, il che coesiste con avere anche diverse radici culturali.

In riferimento all’antisemitismo, che quadro delinea nel nostro Paese?
Purtroppo quest’atteggiamento è in aumento e non solo in Italia; in Francia è ancora più accentuato, e poi c’è in America, nei Paesi Arabi. Nel mondo occidentale e nel nostro Paese, ho constato che l’antisemitismo aumenta in presenza di momenti di difficoltà socio-economica, quando le persone stanno male e cercano un capro espiatorio per accusarlo di qualcosa. Si pensi alla “caccia all’ebreo” durante le due dittature. Oggi, altri gruppi sociali sono additati come obiettivi di odio.

Giovani studenti israeliani in visita al campo di Auschwitz (Foto redazione Sir)
Giovani studenti israeliani in visita al campo di Auschwitz (Foto redazione Sir)

Quali sono, secondo lei, le ragioni?
Le persone provano rabbia per la loro condizione, la rabbia poi si trasforma in frustrazione che a sua volta diventa paura, mancanza di speranza nel futuro. Nella storia del mondo occidentale degli ultimi duecento anni, queste persone hanno sempre cercato in altre popolazioni la ragione del loro male che dipende dalle condizioni della storia o da altri motivi. Si pensi, per restare sull’attualità, alla pandemia: tutti stavano male, avevano paura, non trovavano soluzioni immediate. Così hanno iniziato a diffondersi voci di un complotto, anche di origine ebraica. Ancora, in concomitanza della crisi finanziaria della passata legislatura, c’è stato un senatore del M5S che ha scatenato un’accesa polemica dopo un suo tweet in cui condivideva un articolo in cui si parla della creazione dei “Protocolli dei Savi di Sion” (il celebre falso creato dalla polizia zarista sul quale si basa buona parte della retorica antiebraica contemporanea, ndr). Quando a gennaio 2021 c’è stato l’assalto al Congresso degli Stati Uniti, da parte dei sostenitori di Donald Trump, tra le prime file c’erano persone che indossavano magliette con scritte antisemite, come “Campo Auschwitz” o “Six million is not enough”. Questi atteggiamenti sono molto frequenti nei momenti di crisi, quando non ci sono punti di certezza per il futuro e neppure spiegazioni, così si ricorre a vecchi paradigmi/credi/leggende o, come diremmo noi oggi, fake news. Il che vale non solo per gli ebrei, ma anche per i neri, gli omosessuali. La storia si ripete, anche se voglio essere ottimista, ci stiamo facendo gli “anticorpi” per questo.

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria: pensa che questa ricorrenza abbia davvero un concreto significato o c’è il rischio che sia trasformata in ritualità vuote di contenuto?
Personalmente sono soddisfatto di quello che viene fatto e che io stesso porto avanti negli incontri con gli studenti nelle scuole. Poi ovviamente dipende: se il tutto viene fatto passare sotto silenzio, allora non serve a nulla. Se invece si trasmette autenticamente la memoria, si forniscono strumenti alle giovani generazioni, si consente ai ragazzi di poter trarre dalla storia una lezione per il futuro: come nasce il pregiudizio razziale, perché è importante difendere la democrazia.

È stato più volte all’ex campo di concentramento di Fossoli: che sensazione ha provato camminando in quel luogo?
È come se fosse una stanza della casa della mia famiglia. Per indici persone della mia famiglia quel campo è stata l’ultima “casa”. Mio padre, Nedo Fiano (morto a dicembre 2020 a 95 anni, ndr) era stato a Firenze, aveva 18 anni, era il 6 febbraio 1944. Da lì è stato traferito nel campo di transito di Fossoli, con altri undici membri della sua famiglia. E infine ad Auschwitz, dove arrivò il 16 maggio del 1944. Fu l’unico superstite. I nazisti in fuga lo trasferirono a Buchenwald, dove l’11 aprile 1945 arrivarono gli americani.

Tornando al suo libro, perché ha scelto l’immagine iconica di David Ben Gurion, uno dei fondatori dello Stato di Israele, a testa in giù, su una spiaggia d’Israele?
Non basta essere ebrei, se non pensi la tua ebraicità come un progetto, a costo di avanzare anche a testa in giù, come qualcosa che traendo forza dalla radice della tua storia, dalla tradizione e a prescindere dal tuo convincimento più intimo, conduca te stesso verso la tua responsabilità nel mondo.

Agensir

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