L’incontro con Gherardo Colombo, promosso dalla Caritas diocesana insieme al progetto Punti Cardinali lunedì 7 luglio presso il Chiostro delle Clarisse a Terlizzi, ha permesso ancora una volta di accendere i riflettori su temi fondamentali e ancora poco presenti nell’agire sociale: il perdono responsabile e il rapporto tra giustizia e misericordia.
Questo appuntamento ha concluso la prima parte del ciclo di laboratori formativi Oltre il conflitto, che la Caritas diocesana ha proposto tra maggio e giugno, nell’ambito del progetto A.R.P.A. (Accogliere Riparare Proteggere Amare) e che ha coinvolto un’ottantina di partecipanti delle quattro città della Diocesi, provenienti dalle parrocchie o dai centri Caritas quali volontari o operatori.
Nell’incontro del 7 luglio hanno dialogato con Gherardo Colombo l’avv. Edgardo Bisceglia, vicedirettore della Caritas diocesana; don Raffaele Sarno, cappellano della Casa circondariale di Trani, e la dott.ssa Ilaria de Vanna, mediatrice ed esperta in giustizia riparativa.
L’evento è stato realizzato anche con il contributo dei volontari del Servizio Civile Universale della Caritas diocesana e della Biblioteca Comunale di Terlizzi.
Ci riportano alcune risonanze della serata le referenti del progetto Punti Cardinali.
In un’epoca in cui la narrazione del dolore e dell’odio domina spesso i media, alimentando richieste di giustizia sommaria e vendicativa, emerge una voce controcorrente: quella del “Perdono Responsabile”. L’evento, che prende il titolo dall’omonimo libro del magistrato Gherardo Colombo, mira a rimettere al centro la dignità umana e la possibilità di redenzione, rappresentando una fiammella di speranza in un dibattito spesso avvelenato.
Grazie all’intervento del magistrato Colombo, all’esperienza nelle carceri di don Raffaele Sarno (cappellano responsabile della Casa circondariale di Trani) e alle competenze della mediatrice penale Ilaria De Vanna, un attento pubblico è stato guidato verso un concetto tanto forte quanto delicato: quello del perdono responsabile e della giustizia riparatrice.

Il disprezzo dei diritti umani e il mancato riconoscimento dell’altro come individuo di pari dignità sono stati, secondo l’analisi di Colombo, il motore propulsivo delle innumerevoli catastrofi e tragedie che hanno costellato la storia umana. Queste dinamiche hanno profondamente influenzato la cultura generale, modellandola secondo un criterio di esclusione e una logica di retribuzione del male con il male. Colombo sottolinea come tale impostazione abbia alimentato un ciclo vizioso di sofferenza e conflitto. Tuttavia, egli propone una via d’uscita: l’inizio di un processo di riconoscimento della pari dignità sociale a tutti i cittadini. Solo attraverso questo fondamentale passo sarà possibile avviare una trasformazione del pensiero collettivo, aprendo la strada a un perdono responsabile e alla costruzione di una società più inclusiva e giusta.
«Il concetto di perdono non deve essere inteso come un dimenticare, ma deve essere consapevole, mantenendo il ricordo ed essendo responsabili dell’accoglimento e ri-accoglienza di colui che ci ha fatto del male» ha specificato Gherardo Colombo, chiarendo, dunque, che sia chi perdona sia chi è perdonato ha la responsabilità di ricucire la relazione che era stata strappata.
L’incontro, arricchito dalla lettura di brani tratti dai libri di Daria Bignardi e dagli stessi testi del magistrato Colombo, ha permesso di addentrarsi in un campo per molti sconosciuto e talvolta controverso: la possibilità del perdono anche di fronte ai crimini più efferati.
«La giustizia riparativa è una giustizia di relazione e lavora sul mettere le persone una di fronte all’altra, in dialogo, per provare a ricostruire ciò che si è rotto con la commissione del reato, e questo riguarda non solo l’autore del reato, ma anche la vittima e l’intera comunità» ha voluto mettere in evidenza Ilaria De Vanna.

I tre illustri ospiti hanno affrontato quesiti cruciali sulla condizione delle carceri italiane e sulla durata di una pena commisurata al reato commesso. Attraverso aneddoti ed esperienze professionali, hanno accompagnato il pubblico in un percorso volto a sconfiggere il pregiudizio, ricordando un principio fondamentale: una seconda possibilità non si nega a nessuno. La visione di una detenzione giusta e riparatrice, hanno sottolineato, non è affatto un’utopia, ma un obiettivo raggiungibile e necessario per una società più umana.
Un messaggio di speranza e al contempo l’esplicitazione di una missione non facile è stata l’affermazione di don Raffaele Sarno: «noi per fede crediamo che in ogni uomo ci sia una scintilla di bontà e, tante volte, questa scintilla è coperta da situazioni negative, ma bisogna lavorare affinché possa nuovamente riaccendersi.»
Ci auguriamo che queste testimonianze possano incidere sulla percezione delle persone e delle comunità in merito alle possibilità alternative di riparazione per chi commette reati.
Annachiara Binetti, Antonella Scagliola
