#oldmoney

È da più di un anno uno degli hashtag più popolari nei social, con miliardi di visualizzazioni. E lo sappiamo tutti: oggi gli hashtag sono un’altra forma per conoscere la società, per leggerla e interpretarla.

#oldmoney e i suoi derivati hanno contagiato soprattutto i più giovani, non quelli astratti che immaginiamo chissà dove, ma proprio quelli che abitano le nostre città e le nostre strade. Il termine richiama lo stile di chi può contare su una ricchezza non guadagnata ma ereditata, old money appunto, alla lettera “vecchi soldi”. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparenza, perché non sono i soldi l’oggetto di questa ultima moda, non l’ambizione ad una facile ricchezza, tutt’altro.

L’old money dice proprio il contrario, dice il rifiuto di vivere preoccupandosi dei soldi e dei guadagni, il disinteresse verso la ricchezza e l’economia. L’old money esprime un desiderio di spensieratezza, un bisogno di una vita più rilassata e serena. Come la vita di chi ha ereditato il sufficiente per vivere e può dedicarsi alla cultura e alle relazioni, all’arte e alla bellezza. Un tempo privilegio delle famiglie blasonate, oggi necessità espressa da tanti. Soprattutto i più giovani! Sempre giudicati da lontano, i giovani della Generazione Z hanno molto più potenziale di quanto si creda e profumano molto più di profezia di cambiamento rispetto a tanti adulti disillusi e polemici.
È da loro, ascoltandoli, che si può comprendere cosa voglia esprimere questo trend.

In primo luogo l’importanza dell’eredità. Dopo decenni in cui la società ha proclamato il primato della produzione e della autoaffermazione, dal futuro, dai giovani, viene una richiesta di eredità. Dopo decenni che hanno portato ai ritmi attuali di stress e affaticamento, hanno portato al moltiplicarsi di cose da fare e progetti da realizzare, dal futuro, dai giovani, viene una richiesta di frenare per gustare.

“Non vogliono fare niente” diranno i soliti critici; “vogliono vivere umanamente” potremmo dire, invece. Perché, «quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26). È un grido di controtendenza al mondo efficientista e capitalista. Recuperare un ritmo lento capace di incontrare e condividere.

Ma eredità è anche bisogno di passato, di storia, di radici. Desiderio di cose vecchie? Anelito a nostalgici ritorni? No. Consapevolezza del bisogno di certezze che dal passato garantiscano serenità e forza. L’uomo e la donna di oggi hanno ancora bisogno di strutture forti e chiare. In un mondo gassoso c’è richiesta di solidità e stabilità. Eredità è la cultura e la passione, eredità è la testimonianza e la perseveranza eroica di chi dal passato dice: “ce la puoi fare!”. Togliendo le radici non si diventa più liberi, ma più deboli; non si è destinati a crescere, ma a seccare.
Il passato è un patrimonio che il futuro desidera.

Oltre a questo, #oldmoney vuole esprimere uno stile semplice, poco vistoso, non appariscente. A fronte di una società dell’immagine e dell’opulenza, della visibilità e dell’esibizione, si afferma la tendenza alla modestia e alla genuinità di un tempo, lungi dall’ostentazione del brand del momento. Questa preferenza per una presenza minimale e sobria è a vantaggio della qualità. Avere meno ma avere meglio, per avere tutti. Avere qualità della vita, anche a scapito della quantità, e non solo per pochi fortunati.
Questo grido silenzioso lo deve intercettare anche la Chiesa.

Infatti, «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (GS 4).

La Chiesa ha sicuramente la ricchezza più grande da dare in eredità ad ogni generazione con passione e costanza, ed essa è Gesù Cristo, Verità antica e sempre nuova, stile di vita nobile e semplice, punto di riferimento stabile nel tormentoso passare delle epoche, radice sicura da cui attingere linfa di bellezza.

don Giuseppe Germinario, direttore