“Rimane ciò che egli ha seminato nelle persone”. Omelia tenuta da don Pietro Rubini nel centenario della nascita di don Vincenzo Pellicani

Una concattedrale gremita, diversi sacerdoti, il coro delle grandi occasioni e tante gente convenuta per stringersi attorno ai famigliari di don Vincenzo Pellicani, nel centenario della sua nascita. “Ma la vera famiglia di don Vincenzo siete sempre stati voi!” ha detto Rosa Pellicani, nipote, evidenziando come don Vincenzo era tutt’uno con le comunità parrocchiali che ha servito.
Tante generazioni si sono reincontrate nella preghiera e nel ricordo. La Messa, presieduta da don Pietro Rubini, il quale ha ben definito la testimonianza di Pellicani (riportiamo di seguito il testo integrale dell’omelia); alcune testimonianze personali; il saluto da parte della famiglia; un momento di convivialità e una bacheca fotografica apposta nella sacrestia della ex parrocchia San Giacomo, con alcuni scatti emblematici del ministero di don Vincenzo.
Il ricordo di don Vincenzo non può che essere considerato seme che ha portato e porta ancora frutti abbondanti.
L.S.

Cattedrale di Ruvo, 19 settembre 2026

“C’è una legge psicologica che viene richiamata dalla parabola appena ascoltata: la felicità degli altri, spesso, ci rende tristi. Accade soprattutto quando ci sembra che quella felicità sia immeritata.

Era meritata la felicità del figliol prodigo? E il fratello maggiore si rattrista. Era meritata la felicità di Zaccheo? E i farisei si rattristano. E quella della prostituta, perdonata da Gesù in casa di Simone il fariseo? E Simone il fariseo si rattrista. Così come si rattristano gli operai della prima ora nel vedere la gioia di quelli dell’ultima ora. Quando viene ferito il nostro senso della giustizia, anche se a noi non viene tolto nulla, facciamo fatica a gioire. Ma quella giustizia che noi vorremmo, Dio non la rispetta mai fino in fondo. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie», ci ricorda il profeta. «Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?», domanda il padrone della vigna. È forse una delle domande più profonde del Vangelo: riusciamo ad accettare la bontà di Dio anche quando Dio è buono con gli altri?

Per Dio non siamo concorrenti nella sua vigna. Siamo tutti figli e c’è posto per tutti: per chi arriva al mattino e per chi arriva all’ultima ora; per chi ha una lunga storia di fede e per chi ricomincia dopo anni; per chi si sente forte e per chi si presenta al Signore con tutta la propria fragilità.

La parabola ci ricorda soprattutto che la vita cristiana nasce da una chiamata e vive di una risposta. E mentre ascoltiamo questo Vangelo, non possiamo non ricordare con gratitudine don Vincenzo Pellicani, che di quella chiamata ha fatto la ragione della sua vita.

Egli nacque il 29 luglio 1926 e fu ordinato presbitero il 10 luglio 1949. Ci ha lasciati il 10 giugno 2019. Una lunga vita e un lungo ministero trascorsi nella vigna del Signore. Ma, nella circostanza del centenario della sua nascita, più che ripercorrere le tante tappe del suo ministero, ci piace ricordare come don Vincenzo ha lavorato nella vigna del Signore.

Chi lo ha conosciuto lo descrive con parole semplici: buono, umile, discreto, riservato, equilibrato. Un sacerdote dalle poche parole, che seguiva tutti, interessandosi alla vita di ciascuno. Dedito alla preghiera e all’adorazione quotidiana, non aveva bisogno di mettersi in mostra. Anche quando gli furono riconosciuti titoli e onorificenze, preferì rimanere semplicemente don Vincenzo, vivendo il ministero come un servizio da offrire e non come un ruolo da esibire.

Più dei suoi importanti incarichi pastorali, segno della grande fiducia che riscuoteva presso i Vescovi, rimane ciò che egli ha seminato nelle persone.

Don Vincenzo aveva capito che la vigna del Signore è la vita della gente. Così, da giovane prete, cominciò a prendersi cura dei ragazzi e di tutto ciò che poteva servire alla loro crescita. Quando era viceparroco a San Domenico, c’è chi lo ricorda con una carriola in mano, mentre trasportava le pietre per trasformare un pezzo di terreno in un campo di calcio per i ragazzi. È una bella immagine che ben descrive la figura del sacerdote: non soltanto uno che parla della vigna, ma anche uno che si sporca le mani nella vigna.

Per lui educare significava offrire ai ragazzi occasioni per crescere, conoscere, aprirsi al mondo. Promosse i campi estivi e incoraggiò i giovani a vivere esperienze anche al di fuori della città. Si prodigò per avviare iniziative sportive, attività culturali e teatrali. Di tanto in tanto andava con i suoi giovani sulla Murgia, all’aria aperta, sotto un cielo pieno di stelle, come era solito dire. Erano occasioni semplici di amicizia e di allegria, ma anche di stupore: per aiutare i suoi ragazzi a guardare lontano, a contemplare la bellezza del creato, ad ascoltare il silenzio e, nel silenzio, a percepire la voce di Dio.

Ciascuno, tra i sacerdoti e i laici che lo hanno conosciuto, potrebbe raccontare qualche ricordo personale di don Vincenzo. Anch’io ho avuto modo di conoscerlo più da vicino negli anni in cui divenni assistente diocesano dell’ACR, nel 1994, e poi assistente unitario, nel 2000, condividendo con lui l’amore profondo per l’Azione Cattolica, che ebbe una parte importante nella sua esperienza sacerdotale. In quegli anni mi capitava spesso di ascoltarlo mentre raccontava le iniziative vissute con i laici di AC. Ricordo quei racconti soprattutto per il modo con cui ne parlava. Dietro le sue parole c’erano persone, volti, storie. Si capiva che i giovani non erano per lui semplicemente una categoria pastorale da curare: erano persone alle quali voleva un mondo di bene.

E mi colpiva che, parlando di loro, non lo facesse come chi rimpiange un passato ormai finito. Pur avendo conosciuto tante stagioni della Chiesa e della società, continuava a guardare alle nuove generazioni con attenzione e fiducia, perché ha sempre considerato i giovani non come problema ma come risorsa. Da quelle conversazioni ho imparato qualcosa che allora non comprendevo pienamente: educare non significa soltanto trasmettere conoscenze o indicare regole, ma ascoltare, accompagnare, incoraggiare e, soprattutto, credere nella persona che si ha davanti.

Per don Vincenzo educare significava esserci. 
Forse è proprio qui che don Vincenzo incontra il Vangelo di oggi.

Gli operai della parabola sono chiamati in momenti diversi. Don Vincenzo è stato chiamato molto presto e ha lavorato per una vita intera nella vigna del Signore. Ma non ha mai pensato che la lunga durata del suo servizio gli conferisse un diritto sugli altri. Non ha mai vissuto il sacerdozio come una rivendicazione, ma come una risposta quotidiana a una chiamata ricevuta, distinguendo sempre tra ruolo e compito: ovvero tra le specifiche mansioni che un prete deve svolgere per favorire il buon andamento della comunità e il compito di essere un gigantesco dito puntato su Cristo e non su se stesso, un evidenziatore di qualche parola del Vangelo, un faro puntato sui valori eterni.

C’è poi un altro particolare del Vangelo che sembra particolarmente significativo: il padrone continua a uscire durante tutta la giornata. Dio non smette mai di chiamare.

Don Vincenzo ha incontrato tante persone nei diversi momenti della loro vita: ad alcuni ha parlato attraverso l’annuncio della Parola e la catechesi, ad altri attraverso un consiglio spirituale, ad altri ancora semplicemente attraverso la sua presenza, la disponibilità, l’ascolto. Per molti anni ha accompagnato anche i ragazzi della Comunità Casa, recandosi con assiduità per i colloqui. E questa è una delle forme più preziose del ministero pastorale: esserci quando una persona ha bisogno di qualcuno che l’ascolti, l’accompagni e le ricordi che la sua vita ha un valore.

Mi sembra questo il modo più vero di ricordarlo: non soltanto dicendo ciò che ha fatto, ma riconoscendo il bene che ha suscitato nelle persone. E don Vincenzo una traccia l’ha lasciata in tutti noi: una traccia fatta di fede genuina, equilibrio, umiltà e attenzione alle persone. Una fede libera da filtri e sovrastrutture, come è stato detto di lui: una fede che non aveva bisogno di fare rumore.

Anche le parole di san Paolo nella seconda lettura ci aiutano a comprendere ciò che rende feconda una vita cristiana e sacerdotale. L’apostolo parla della propria vita come di un’esistenza ormai totalmente consegnata a Cristo: «Per me infatti il vivere è Cristo». È proprio così: a rendere fecondo e pieno il ministero sacerdotale non è semplicemente quanto si è fatto, quanti incarichi si sono ricoperti o quante persone si sono incontrate, ma quanto della propria vita è stato consegnato a Cristo e, attraverso Cristo, agli altri. Don Vincenzo ci consegna proprio questa testimonianza: una lunga vita, laboriosa e generosa, vissuta con la massima discrezione che tutti gli hanno riconosciuto.

Carissimi, nel centenario della sua nascita, il Signore ci invita a guardare don Vincenzo non come un uomo da collocare nel passato, ma come un cristiano che ci riconsegna una domanda: con quale spirito sto lavorando nella vigna del Signore?

Perché si può lavorare molto e diventare tristi, amareggiati, invidiosi. Si può fare tanto per il Signore e, a un certo punto, cominciare a pensare che gli altri abbiano ricevuto troppo facendo meno di noi. Oppure si può lavorare nella vigna con la libertà di chi sa che tutto è dono.

Questa è la vera eredità di don Vincenzo: averci ricordato, con la sua vita, che nella Chiesa non siamo chiamati a raggiungere un ruolo importante o a farci un nome, ma a rendere presente la bontà del Signore. Non importa se siamo operai della prima ora o dell’ultima ora. Non importa quanto tempo ci è stato dato. Ciò che conta è rispondere alla chiamata e vivere con fedeltà il servizio che il Signore ci affida.

Per questo, oggi, possiamo dire grazie al Signore per il dono che don Vincenzo è stato per Ruvo, per la nostra Chiesa diocesana e per tante generazioni. Lo affidiamo ancora una volta alla misericordia del Padre, come operaio della prima ora, certi che, dopo la sua lunga giornata di lavoro, il padrone della vigna gli sia andato incontro. Non per chiedergli il conto, ma per accoglierlo e ammetterlo nella schiera dei suoi amici con queste parole: «Vieni, servo buono e fedele. Entra nella gioia del tuo Signore». Così sia oggi per lui; così sia un giorno anche per noi”.

(Testi della  XXV Domenica del Tempo Ordinario: Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16)

don Pietro Rubini, parroco della Concattedrale di Ruvo di Puglia