Don Tonino e i Cinquecento “folli” in cammino per la Pace
di Giovanni Capurso
La dissoluzione della Jugoslavia segna l’arrivo della prima guerra dal 1945 in Europa. La Bosnia-Erzegovina dichiara l’indipendenza il 3 marzo 1992 e riceve il riconoscimento internazionale il 6 aprile 1992. Nella stessa data, i serbi rispondono proclamando l’indipendenza della Repubblica Serba e assediando Sarajevo, segnando l’inizio della guerra bosniaca. Si tratta del più lungo assedio nella storia bellica della fine del XX secolo, protrattosi, dal 5 aprile 1992, al 29 febbraio 1996.
È in questo contesto che un gruppo di 496 persone provenienti da diverse parti d’Italia, organizzato dal movimento “Beati i costruttori di Pace” e guidato da mons. Tonino Bello e mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, si raduna nel porto di Ancona, pronto per salpare da Spalato. Tra loro ci sono giovani e anziani, credenti e atei, suore e obiettori di coscienza, anarchici e sacerdoti. Don Tonino ha 58 anni ed è affaticato e smagrito, ma non piegato dal male contro cui combatte da mesi; con i suoi compagni di viaggio è deciso a interporsi fisicamente tra le parti in guerra per dimostrare che la nonviolenza può funzionare.
Nel pomeriggio dell’11 dicembre arrivano a Sarajevo, la città bosniaca ormai martoriata da nove mesi di occupazione serba. Dalla periferia della città si sente un silenzio squarciato ogni tanto solo da qualche colpo d’arma e qualche voce che risponde al colpo con un grido disperato. La carica dei 500 prosegue e, mentre va avanti metro dopo metro tra le macerie della città distrutta, una foschia sempre più fitta sale fino ai primi piani sventrati, alla finestra dei primi balconi rotti[1]. Il 12 dicembre, nel cinema Prvi Maj, fu proprio don Tonino a tenere il discorso, diventato memorabile, per spiegare le ragioni dell’iniziativa. “Quella sera – dichiarerà don Tonino Bello – c’era un’altra Onu, quella della base, dei popoli, che scivolava in silenzio nel cuore della guerra, e a cui sembrava che il cielo volesse affidare un messaggio: che la pace va osata”[2].
L’indomani, il 13 dicembre 1992, i 500 “folli” rientrano contro ogni pronostico e dopo essere arrivati fin dentro la guerra e in loro presenza i mortai hanno taciuto. “Quando giungemmo a Sarajevo – racconta – qualcuno del locale Centro della pace ci comunicò che, fino alle 16 trecento famiglie ci avevano atteso inutilmente in piazza, per offrirci ospitalità. La mattina dopo, dopo una notte percorsa da sibili di mortai e dal fragore delle bombe, ci siamo incontrati coi responsabili religiosi della città. E da quell’incontro è venuta fuori non solo la concentrazione dell’incredibile sofferenza del popolo bosniaco, a maggioranza musulmana, ma anche lo scarto del concetto di pace con la nostra mentalità”[3]. Ammetterà don Tonino, dopo questa esperienza, di essersi portato “cicatrici terribili. È vero: la strategia della non violenza è un cammino ancora lungo; ma la guerra ha le ore contate. Si tratta di essere audaci, di andare avanti: solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile fare una marcia della pace nei luoghi dei conflitti bellici”[4].
Qualche settimana dopo il ritorno da Sarajevo, il 31 dicembre, si tenne un’altra marcia a Molfetta, voluta sempre da don Tonino che spinse a una mobilitazione generale di Pax Christi. Quel giorno il meteo fu impietoso e il corteo fu colto senza scomporsi, percorrendo ugualmente l’intero tragitto previsto.
Da quella tregua profetica nella guerra dei Balcani ricaviamo, forse, una lezione per il presente.
[1] Dal racconto di Michele Santeramo, Oltretutto. Più vicini a don Tonino Bello, edizioni la meridiana, Molfetta 2017, pp. 57-58.
[2] Stralcio riportato da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Leo Lestigi, Mons. Bello dopo la marcia a Sarajevo. La guerra in Bosnia ha le ore contate bisogna essere audaci, 17 dicembre 1992.
[3] Stralcio riportato da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Leo Lestigi, Mons. Bello dopo la marcia a Sarajevo. La guerra in Bosnia ha le ore contate bisogna essere audaci, 17 dicembre 1992.
[4] Idem.
