Voci dal Giubileo dei Giovani/1

Tramite l’invito del Servizio diocesano per la Pastorale giovanile, hanno partecipato complessivamente circa 250 giovani della nostra Diocesi provenienti da 15 parrocchie al Giubileo dei Giovani, svoltosi a Roma dal 28 luglio al 3 agosto, una settimana intensissima, con momenti di catechesi, esperienze di servizio, testimonianze, musica, occasioni di raccoglimento e tempo per le confessioni, disagi, gioia e tanta condivisione interpersonale e mediatica. Un Giubileo che ha avuto grandi risonanze social, i primi due giorni non a caso sono stati dedicati ai “missionari digitali” e agli influencer cattolici (per la prima volta), perché in un mondo in continua evoluzione anche il messaggio deve seguire strade nuove per giungere ai cuori di tutti – o tanti, almeno!
Abbiamo raccolto allora impressioni, feedback, racconti, anche riflessioni da quanti sono tornati carichi dall’esperienza giubilare da poco vissuta.

Qui parroco e giovani della parrocchia S. Giacomo apostolo, in Ruvo, danno non solo una testimonianza di quanto vissuto ma anche una lettura dell’ “evento” che ha coinvolto un milione di giovani e delle perplessità che può generare, soprattutto in qualche adulto!

Non è stato solo un evento, è stato un incontro!

C’è un silenzio che parla più di mille parole. È quello che ho percepito nei volti dei ragazzi al termine di questi giorni di grazia, in cui le nostre comunità si sono messe in cammino per qualcosa di più grande, di più alto. Qualcuno ha parlato di entusiasmo che svanirà, di emozioni che evaporano, di fiamme che si spengono. Ma io, invece, ho visto scintille di fuoco vero. Ho visto occhi lucidi non per la fatica, ma per la bellezza. Ho ascoltato silenzi carichi di significato, mani che si stringevano, cuori aperti all’incontro con Dio e tra di loro. No, non è stato solo un evento. È stato un incontro. Con Cristo. Con se stessi. Con una Chiesa che, pur imperfetta, ha ancora il coraggio di proporre l’Assoluto. Ci si interroga se tutto questo porterà frutti. Ma i frutti non spettano a noi. A noi spetta la semina, l’accompagnamento, la pazienza del contadino che sa aspettare la pioggia e la luce. Ciò che è accaduto ha già avuto senso, anche solo per una sola anima che ha percepito di essere amata da Dio. A chi teme che tutto torni alla normalità, rispondo: non dobbiamo temere la normalità, ma la mediocrità. La fede vive nel quotidiano, non nelle eccezioni. Sta a noi, pastori e comunità, non spegnere ciò che è stato acceso, non livellare ciò che è stato innalzato. Non tocca a noi “mantenere il fuoco” con programmi o strategie, ma custodire con amore ciò che è stato seminato. Ho visto giovani inginocchiati sull’asfalto, sotto il sole, nel silenzio adorante. E lì, in quella postura di abbandono, c’era già tutta la rivoluzione possibile. Una rivoluzione che non ha bisogno di rumore, ma di radici. E proprio da Tor Vergata ci è giunta, con forza, la voce del Papa Leone XIV : «Ascoltiamola, piuttosto [questa sete], facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima». (Papa Leone XIV, Omelia a Tor Vergata) E allora sì, torniamo a casa. Ma non torniamo uguali. Torniamo più veri. Torniamo con la certezza che il Signore non è rimasto sul palco, ma cammina con noi nelle nostre strade, nelle nostre parrocchie, nei nostri dubbi. E io, sacerdote dico: grazie a Dio!

don Gaetano Bizzoco, parroco S. Giacomo apostolo – Ruvo

Riflessioni da scrivanie disordinate

Ruvo di Puglia. Scrivania delle nostre stanze disordinate. Lunedì 4 Agosto 2025, ore 12:00. Dopo aver recuperato le ore di sonno in bianco trascorse la notte del 3 agosto in attesa della celebrazione eucaristica presieduta da Papa Leone XIV a Tor Vergata, leggiamo sui social i titoli delle principali testate giornalistiche e i post relativi al Giubileo dei Giovani vissuto qualche ora prima. Emerge lo stupore per il milione di giovani presenti, il successo dell’organizzazione logistica, qualche riflessione sul senso delle parole del Papa ma, soprattutto, un ricorrente senso di titubanza circa l’utilità di eventi del genere per la Chiesa, per la società, per i giovani partecipanti.

Iniziamo a confrontarci, provocati, ma allo stesso tempo stuzzicati, da un post intitolato Woodstock di Dio? Il Giubileo dei giovani e il rischio dell’illusione collettiva che poneva queste tre domande: cosa resta il giorno dopo di questo bagno di speranza? Cosa succede ai giovani tornati alle loro stanze ordinate, agli schermi infiniti, ai like istantanei? Quella luce che sembrava vera resterà accesa?

Ad una prima lettura, non abbiamo saputo dare una risposta e abbiamo provato quell’emozione di sconforto, mista a frustrazione, vissuta molte volte durante questi anni di servizio nella Chiesa. Infatti, spesso e a più livelli, nonostante il servizio in parrocchia o in altri contesti di bisogno, ai giovani viene contestata la capacità di preghiera, di pensiero critico e di azione controcorrente, di impegno sociale e di obbedienza ai presbiteri. Anche il Giubileo dei Giovani, come è stato per la Giornata Mondiale della Gioventù, non poteva essere da meno a critiche.

La verità è che per noi il Giubileo non è stata, come molti stanno scrivendo in queste ore, una manifestazione per i riflettori, la cui risonanza lascia il tempo che trova ma, anzi, è stata una scelta consapevole di esodo dal nostro “mondo ovattato, dove non manca nulla”. Infatti, per quanto la macchina organizzativa possa funzionare, giornate come queste richiedono ai giovani di mettere da parte per qualche giorno i loro comfort e adattarsi ad una condizione di vita border line, fatta di ore di cammino sotto il sole, giacigli di fortuna, pasti veloci, condizioni igieniche al limite ecc. Ci chiediamo se sia giusto pensare che chi sceglie di fare questa esperienza lo faccia soltanto per il gusto di instagrammare il momento. E se la risposta è affermativa, allora, a chi vanno attribuite le disattese responsabilità educative?

Siamo consapevoli di essere figli del nostro tempo, dipendenti dal bisogno di apparire. Tuttavia, vediamo attorno a noi adulti che non sono diversi da noi, non sono esenti da questa dipendenza e non sempre offrono modelli di vita poi così migliori dei nostri. 

Essere parte di questa giornata è stato un voler cercare altrove ciò che le nostre realtà locali non sempre riescono ad offrire. Del bagno di speranza fatto resta una risposta silenziosa ma anche rumorosa a quelle domande ancestrali che Dio pone ad Adamo, «Dove sei?» e a Caino «Dov’è tuo fratello?». Una risposta verso la quale gli adulti di questo tempo, con il loro esempio, faticano ad accompagnare noi, giovani cresciuti tra comfort e immagini.

Stare tra quel milione di giovani provenienti da tutto il mondo riuniti ci ha fatto sentire meno soli davanti a tutte le occhiate stranite che ogni giorno riceviamo dai nostri coetanei e dal mondo quando diciamo di essere cristiani: la gioia che ci dà lo stare insieme a Cristo e ai nostri fratelli nel mondo è per noi indispensabile a non sentirci soli e ad «aspirare a cose grandi» e non accontentarci di meno, come ci ha ricordato Papa Leone XIV. Uscendo dai ritmi della vita feriale, ci siamo ricordati di essere parte di un popolo, quello di Cristo, che cammina consapevole di essere fragile e per questo in continua ricerca della Verità.

Il Giubileo ci ha dato braccia pronte ad accoglierci autenticamente per ciò che siamo, distogliendoci dalla mania, figlia del nostro tempo, di preoccuparci dell’estetica e dell’apparenza che ci fanno cadere nella logica del consumo e dell’accumulo di beni, come nella parabola del “Ricco stolto” narrata nel Vangelo di Luca. Inoltre, ricordandoci di essere fragili come un filo d’erba che il giorno stesso del suo germoglio può seccare, il Papa ha posto la nostra attenzione sulla necessità di non condurre una vita dove «tutto è scontato ma un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore» (dall’Omelia del 3 agosto 2025 di Papa Leone XIV).

Ma ciò che di più non potremo scordare è l’attraversamento della porta santa di San Pietro, un momento a cui ci siamo preparati davvero, prima nelle nostre parrocchie e poi durante il percorso in Via della Conciliazione perché eravamo consapevoli della portata di questo gesto. Perché non eravamo preoccupati di filmare questo momento per postarlo sui nostri social, ma lo aspettavamo perché assetati dell’amore di Dio. È in quell’istante che ci siamo sentiti così vicini al Signore da emozionarci profondamente.

Di certo i post su Instagram non sono mancati ma si noti bene che le captures dei giovani pellegrini contengono le parole di un papa o passi del vangelo. Non è forse questo sorprendente e anticonformista? Non è forse da leggere come uso dei social a scopo evangelizzante e un modo per esporre il proprio credo in una vetrina impensabile per le nuove generazioni? Ci chiediamo, ancora: se non fossimo usciti dalle nostre realtà quotidiane avremmo avuto ugualmente stimoli alla nostra fede così forti? La risposta è che a volte nei cammini pastorali non sempre si riesce a percepire la presenza di Cristo, non sempre i nostri cuori ne restano infiammati e allora eventi come questi, nella loro grandezza, servono a noi giovani per metterci davvero in discussione e per turbarci.

Non servono fuochi d’artificio perché questo avvenga, né che le parole di un papa da poco eletto e al suo primo grande evento mondiale debbano essere le più inaspettate della storia. È bastato vederlo emozionato e anche un po’ impacciato di fronte ad una folla di un milione di giovani festanti, è bastato ascoltare l’ordine delle sue parole e dei concetti espressi per percepirne l’umanità e l’umiltà; il passare da una lingua all’altra in pochi secondi, soprattutto, ha fatto emergere la cura che avuto nei nostri confronti rivolgendosi a ciascuno per farsi comprendere da ognuno.

Tornati alle nostre stanze, non poi così ordinate, ricaricati da una esperienza di fede autentica e profonda alla vista di un milione di giovani in ginocchio davanti a Gesù, siamo consapevoli di poter cambiare il mondo partendo dalle nostre piccole realtà quotidiane, seminando queste scintille nel cuore dei presbiteri, dei fratelli adulti e bambini che non sono stati presenti al Giubileo, continuando a frequentare quanti hanno idee diverse dalle nostre, facendo scelte di vita che spesso includono l’assistenza agli ultimi. Portiamo con noi una luce ravvivata, ardente, consapevoli che, se non coltivata sufficientemente, prima o poi tornerà ad affievolirsi.

I giovani da soli non possono cambiare la logica violenta, consumista, ipocrita del nostro mondo ma possono farlo assieme ad adulti che siano testimoni ed esempi credibili del Vangelo e ad una società improntata al perseguimento del bene comune.

Gruppo giovani di Azione Cattolica, parr. San Giacomo apostolo – Ruvo